Descrizione Magnum Irouléguy bianco Schiste 2024 | Arretxea
Ai piedi dei Pirenei baschi, sulle alturedi Irouléguy, la tenuta Arretxea coltiva i propri vigneti dal 1994. Il suo nome, che in basco significa «la casa di pietra», la dice lunga sul suo radicamento minerale e su una filosofia incentrata sull’essenziale. La cuvée Schiste è l’espressione bianca più diretta di questo terroir d’altitudine, incastonato nel cuore del Sud-Ovest.
Terroir e vitigni
I vigneti, piantati nel 1994, si arrampicano su terreni scistosi esposti a pieno sud. Questo terreno povero e ben drenante dà origine a uve concentrate, dalla maturazione lenta e controllata. La resa si attesta intorno ai 30 hl/ha nelle annate migliori, un valore che rimane molto limitato per la denominazione. L’assemblaggio si basa sull’80% di Petit Manseng e sul 20% di Gros Manseng. Il Petit Manseng apporta tensione e mineralità; il Gros Manseng, ampiezza e corposità. Insieme, danno vita a un bianco secco dei Pirenei equilibrato e armonioso.
Viticoltura e vinificazione
L’azienda coltiva i propri vigneti secondo i principi della biodinamica da diversi anni, sebbene al momento non disponga di una certificazione ufficiale. La conversione all’agricoltura biologica risale al 1998: una decisione precoce, presa in un’epoca in cui l’impegno in tal senso era ancora marginale nel Sud-Ovest. La vendemmia è manuale. La fermentazione avviene in botti da 1.200 litri, seguita da un affinamento di 10 mesi nello stesso recipiente. Un ulteriore anno in bottiglia precede l’immissione sul mercato. Questo lungo tempo, questo rifiuto dell’accelerazione, è la firma di Arretxea.
Magnum Irouléguy bianco Schiste 2024 | Arretxea: il parere del sommelier
Philippe Mischler, sommelier presso Mundovin
In una denominazione poco conosciuta, spesso ridotta ai suoi rossi, questo bianco Schiste è una preziosa eccezione. Il Petit Manseng in versione secca è un esercizio di alta acrobazia: il vitigno, naturalmente ricco, deve essere contenuto, orientato verso la rettitudine piuttosto che verso la generosità. Arretxea ci riesce grazie allo scisto e al lungo affinamento in botte, che integra senza ossidare. Questo vino si aprirà tra il 2026 e il 2036: la finestra è ampia, la pazienza sarà ricompensata. Da servire a circa 10 °C, senza decantare, per preservarne la tensione minerale.
Il naso
Al naso si aprono note di agrumi maturi, cedro e pompelmo, con un tocco di albicocca leggermente candita. Una nota floreale discreta, quasi di fiori bianchi, attraversa l’insieme. In fondo, la mineralità scistosa si impone, asciutta e precisa, come una pietra riscaldata dal sole.
Il palato
Al palato, l’attacco è ampio e generoso, sostenuto dalla corposità del Petit Manseng. La consistenza è densa senza risultare pesante. L’acidità subentra rapidamente, strutturando l’insieme con una bella linearità. Il finale è lungo, salino, con una persistenza che richiama l’origine scistosa del terroir. Un equilibrio tra corposità e tensione che non è così comune nei bianchi secchi del Sud-Ovest.
Irouléguy: tutto quello che c’è da sapere su questa denominazione
Irouléguy è l’unica denominazione vitivinicola dei Paesi Baschi francesi. Incastonata tra i Pirenei e l’Oceano Atlantico, si estende sui pendii scoscesi intorno a Saint-Jean-Pied-de-Port. I terreni sono costituiti principalmente da scisti e arenarie rosse. Il clima, al tempo stesso oceanico e montano, impone condizioni di coltivazione impegnative. I vitigni bianchi tradizionali sono il Petit Manseng e il Gros Manseng, qui vinificati in versione secca, il che rimane una specificità locale.
La cuvée Schisted’Arretxea è rappresentativa di ciò che la denominazione può produrre di più minerale e di più teso. L’esposizione a sud degli appezzamenti, la resa contenuta e l’affinamento in botte la collocano tra le espressioni più autorevoli della denominazione. Un bianco secco di montagna, atlantico nella sua energia, basco nel suo carattere.